Gli albori di una Bambolina.

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Per lui diventai la “bambolina sexy”. Ma forse, senza saperlo, lo sono sempre stata.

Lei era dentro di me, in silenzio, timorosa di uscire allo scoperto.
Compressa e repressa in una briciola di autostima.

Mai nessuno, prima d’ora, mi aveva fatta sentire particolarmente sexy, indipendente e sicura. Mai nessuno, prima d’ora, aveva creduto nelle mie potenzialità, nelle mie qualità. Nessuno mai era stato capace di evidenziare i miei pregi. Cominciai a percepire la portata del mio valore.

Lui, mi ha dato tanto, con la sua voce rassicurante. Lui sa come parlare alle persone. Avevo bisogno di qualcuno che mi infondesse sicurezza.

Sono cresciuta contando solo sulla forza delle mie gambe.
I miei genitori hanno fatto del loro meglio. Ciò che potevano. Loro mi hanno insegnato a fare ciò che era giusto, ma non quello che desideravo.

“Chi ti vuole bene ti fa piangere e chi ti vuole male ti fa ridere!”
“Meglio pochi, maledetti e subito”.

Queste erano le massime della mia famiglia. Meglio non inseguire i sogni. Meglio arrendersi al tormento della quotidianità.

Meglio una vita priva di stimoli, senza troppi colpi di scena.

Non troppo studio, né troppo poco, e subito un lavoro, meglio se “sicuro”.

E’ così che ho barattato i miei sogni di bambina per il “posto fisso”.

La mia creatività, però, ha continuato a gorgogliare come magma nel sottosuolo delle mie insicurezze e, dopo la separazione da mio marito, ha cominciato a fuoriuscire come lava.

Sino al giorno in cui lo incontrai.

Proprio quel giorno, il vulcano, che credevo oramai spento, riprese la sua attività…

Il Velista e il Professore

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L’uomo razionale, rigido. Il Professore. Il venerdì non voleva più vedermi.
Il sabato acquistava il biglietto aereo per tornare da me.

Il venerdì era deluso, triste: condizione che, come si rivelò in seguito, era assai frequente nella sua, istituzionale, anima inquieta.

Il sabato, poi, sbollita l’eccitazione che il giorno precedente tanto lo aveva innervosito, sferrò un nuovo attacco.

Mi disse che la settimana seguente sarebbe tornato a Roma e non voleva perdere l’occasione per riverdermi, ancora una volta.
Gli dissi che, sì, volevo vederlo, per conoscerlo meglio, ma che non avremmo fatto altro che mangiare una pizza e bere una birra. Null’altro.

Pizza e birra?
Va bene. Disse lui.

In questa fase della nostra frequentazione conobbi l’altro Prof.
Il primo era un sognatore.
Le sue riflessioni, durante i nostri dialoghi via web, erano quelle di un uomo bisognoso d’amore e d’amare. Quell’uomo lì era il Velista, come lo chiamavo io. Sì, perché lui era anche questo: un appassionato di vela.
Quello che incontrai quel giovedì sera, invece, era il Professore. L’uomo istituzionale, quello con lo sguardo severo. Prepotente e anche una “tanticchia” altero, ma solo nell’aspetto. Il suo sorriso rivelava, infatti, il lato tenero del suo carattere, quello di un uomo fragile. Infelice. Perennemente insoddisfatto.

Due uomini in uno.

L’appassionato di vela, che ama sentire il vento sulla pelle e adora vivere l’emozione del silenzio in navigazione, convive con il rigido Professore. Ligio al dovere e scrupolosamente osservante le regole: l’uomo incorruttibile.

Quest’ultimo era un autentico, adorabile, rompiballe.
L’altro un piccolo, sensuale, selvaggio.

Io li adoravo entrambi. Ma lei, la Bambolina, con entrambi fece l’amore…

Una storia nella storia.

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Una fresca e umida serata autunnale vide l’inizio di una nuova storia, fatta di carne e sangue, costruita su una collina di parole e sospiri, di pensieri e sogni, tra un uomo e una donna che ebbero il privilegio di incontrasi, per caso, tra un milione di anime perse nel web.

Erano trascorsi, oramai, circa quindici mesi dalla separazione da mio marito. Ovvero dal giorno in cui lasciai la casa dove lui ancora vive.
Me ne andai quando la mia vita sembrava finita, esaurita, senza speranza. Feci un ultimo sforzo e, in brevissimo tempo – circa dieci giorni – trovai un altro appartamento, nel quale immediatamente traslocai.

Avrei potuto intuire dalla fermezza con cui decisi di abbandonare velocemente quel luogo oramai ostile che era diventata la mia casa. Avrei dovuto percepire un segno in quella determinazione nell’affrontare il cambiamento. La capacità, che non credevo possedere, di rimettermi in gioco.
Invece no, ho pianto. A lungo.

Solo adesso, però, guardando al passato e osservandomi con più lucidità, ri-scopro in me una donna forte, creativa e sognatrice. Una donna capace di costruire grattaceli e scalare montagne. Una donna che desidera gridare, con veemenza, il suo desiderio di sentire la vita che le scorre dentro.

Quella sera d’autunno un nuovo atto stava per iniziare nel palcoscenico della mia vita.

Nuova scena, nuovi personaggi. Il sipario si apre. Cala il silenzio.

Lui era lì. Sceso dal taxi non esitò un momento. Mi venne incontro e, senza dire neppure una parola, mi abbracciò e mi baciò.
Proprio così avevamo immaginato il nostro primo incontro. Ne avevamo parlato, tante volte, durante le nostre conversazioni telefoniche. Sono una romantica sognatrice e lui è il mio specchio.

Mi baciò a lungo, poi, scostandosi non più di qualche centimetro dal mio viso, con una leggera smorfia, terribilmente sexy, mi sorrise e disse: “Ciao bambolina…”.

Curiosa sensazione ritrovarmi tra le braccia di un estraneo che, sino al giorno prima, sentivo tanto familiare. Anche la sua voce sembrava diversa.
Eppure mi piaceva, tanto, e il mio entusiasmo cresceva, fermentava, ogni minuto che trascorrevo assieme a lui. Avvertivo la vita fluire veloce nelle vene.

Quel piccolo uomo era straordinariamente attraente.

Una nuova storia, in quel momento, prendeva forma. Una forma irregolare. Inconsueta per me che avevo vissuto quasi vent’anni con lo stesso uomo e mai avrei immaginato di desiderarne un altro. Quella sera dimenticai che entrambi eravamo sposati.

La mia realtà, ordinata e preconcetta, era stata oramai stravolta. Tutto ciò mi spaventava, sì, ma non potevo fare a meno di Lui e, soprattutto, di provare quelle emozioni.
Ero viva.

Lui, il Prof., era un uomo piacevole. Più vecchio di me, di circa nove anni. Magro. Non troppo alto. Sorriso dolce. Occhi vispi. Quasi completamente calvo. Indossava un classico abito blù, con giacca a tre bottoni e camicia bianca. Pantaloni senza pence e mocassini neri, rigorosamente Tod’s . Sopra, un impermeabile color ghiaccio. Oggi non ricordo più quale fosse la sua cravatta, forse una Marinella, capitava spesso a Napoli.
Profumava di pulito. Era delicato, semplice. Adorabile.

Desideravo stringerlo. Avevo fame di tenerezza. Mi era mancato, troppo a lungo, il calore di un corpo affettuoso. Bramavo il contatto con la sua pelle.

Ci incontrammo intorno alle ore diciannove. Era ancora presto per la cena.
Quel luogo solitario e di grande atmosfera ci coccolò per per un paio d’ore.
Passeggiammo a lungo, con alcune soste per strapparci baci colmi di passione. Eravamo entrambi imbarazzati e distanti. Desiderosi, tuttavia, di toccarci, annusarci, conoscerci. Le sue mani cercavano, prepotentemente, di insinuarsi nei miei jeans e sotto la mia camicia di seta bianca.

Le sue mani ed i suoi baci, ma soprattutto la situazione insolita in cui mi trovavo, mi eccitavano. Ero cauta, però. Non volevo bruciare le tappe. Volevo gustare pienamente quel momento.

La serata, tuttavia, si concluse nel peggiore dei modi. Parlammo e ci baciammo molto, sì, ma lui mi desiderava. Aveva immaginato quel primo incontro con un finale diverso, e rimase deluso.

Dopo aver cenato, con un taxi arrivammo a piazza “San Pietro”, percorrendo Via della Conciliazione: neanche a raccontarla la magia di quella strada, nel deserto della notte.
Arrivati lì, restammo abbracciati, per qualche minuto, rapiti dalla vista di quel posto suggestivo e silenzioso. La strada era umida e la bassa temperatura cominciò a farsi sentire, in modo spiacevole, sul viso e sotto i vestiti, troppo leggeri per una serata d’autunno. Cercammo, per un po’, di scaldarci abbracciandoci. Mi piaceva intrufolare le mie braccia sotto il suo impermeabile e, ancora, sotto la sua giacca. Le mie mani, sopra la sua camicia, potevano sentire il calore della pelle e la forma del suo torace.

Nel frattempo, la nebbia umida della notte aveva bagnato la strada. Le nostre mani non ci scaldavano più sufficientemente. Il freddo, da fermi, divenne più intenso.  Decidemmo, allora, di avviarci a casa mia. Stavolta a piedi. Desideravo stare con lui il più a lungo possibile.

Arrivati davanti al mio portone chiamò un taxi. Nell’attesa ci guardammo, accarezzandoci. Avrei voluto farlo salire da me, ma ero seccata per il suo atteggiamento eccessivamente contrariato. Così, non dissi nulla sino all’arrivo del taxi.
Sconsolato, si voltò e disse: “ci sentiamo”. Subito dopo svanì, nell’auto, lungo la strada.

Quella notte parlammo ancora, al telefono, per molto tempo. Io da casa e lui dalla camera dell’hotel dove alloggiò per una notte. L’indomani sarebbe ripartito.
Era molto deluso. L’entusiasmo dei giorni precedenti sembrava essere svanito. Più manifestava la sua frustrazione, più io mi irrigidivo.

La mattina successiva mi svegliai con un suo messaggio, nel quale palesava la sua insoddisfazione, l’avvilimento direi, per gli auspici disattesi. Mi disse che percepiva uno scarso interesse da parte mia e, per tale ragione, aveva deciso di non vedermi più.
In quel momento l’intesa, cresciuta durante le nostre conversazioni telefoniche, sembrava scomparsa.

Manifestai la mia tristezza per le parole, amare, che l’uomo del web non avrebbe mai pronunciato.

Mi sentivo come seduta su un castello di sabbia.
Lui era ossigeno per me, non volevo che finisse.

Mi sconvogeva il pensiero che tutto quel benessere, nutrito nei mesi precedenti, potesse, in un attimo, dissolversi nel nulla.

Ancora una volta, la mia indole romantica e sognatrice mi aveva condotto sino all’uomo sbagliato.

Ci incotrammo di giovedì. Il vernerdì era già tutto finito.

Il sabato, però, accadde qualcosa di inaspettato.

Un nuovo, inaspettato, inizio.

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Ho rimandato, per anni, l’inizio un’infinità di cose.

La tendenza a procrastinare condizionava la mia crescita personale e, inevitabilmente, alimentava la mia scarsa autostima.

Dentro me fermentava il desiderio di cimentarmi in tante cose, ma non riuscivo a prendere un’iniziativa, tantomento a portare a termine quelle miriade di attività a mala pena iniziate.

Avevo bisogno di interrompre quel circolo vizioso del rimandare, incessantemente, ogni cosa. E poi dovevo occupare il tempo con qualcosa che interrompesse quella costante dolorosa che era la paura della solitudine dopo la separazione.

Gli amici mi incitavano ad intreaprendere un’attività sportiva.
“Vedrai quanto ti farà bene”, mi dicevano.
Così ci riprovai, per l’ennesima volta, sottoscrivendo l’abbonamento ad un centro sportivo per l’intero anno. Il cambiamento doveva pur iniziare da qualcosa, no? Un impegno a lungo termine poteva aiutarmi, pensavo.
Neanche a dirlo, la mia pigrizia ebbe la meglio: quell’odioso luogo maleodorante mi vide sgambettare non più di cinque o sei volte.

Nei mesi precedenti provai anche con lo yoga, acquistando un carnet di dodici lezioni. Anche lì, che dire, un fallimento totale. A me, poi, quei mantra recitati da un gruppo di invasati da centro sociale, con l’aria condizionata, proprio mi irritano!

Quanti soldi sprecati…

Una cosa, però, l’ho capita: io e lo sport non siamo compatibili. Meglio tardi che mai.

Arrivò presto la primavera, grazie a Dio! Una stagione che riempie il cuore e ridona buonumore ed entusiasmo. Anche ad un’anima inquieta come me.

In quei giorni incontrai, per caso, una vecchia amica persa di vista un paio d’anni prima e, con lei, ripresi ad uscire e a godere delle fresce serate di primavera. Passammo insieme l’intera estate, tra lacrime e risate.
Le mie lacrime furono ancora abbondanti sino al mese di agosto.
Ma questa è un’altra storia.

A settembre arrivò lui. E tutto cambiò.

All’inizio dietro il monitor di un computer e, successivamente, al telefono per circa un mese, quella strana relazione prendeva forma.

Quanto desiderio celavano quelle parole sussurrate al telefono. La sua voce rassicurante mi faceva sentire avvolta in un caldo abbraccio e mi coccolava. Ero pazza di lui prima ancora di vederlo. Non mi interessava sapere se era biondo, moro, calvo, alto o basso: il mio entusiasmo cresceva senza conoscere il suo aspetto. L’avrei adorato in ogni caso.

Un giorno, però, decidemmo di incontrarci.

Tanti erano i chilometri che dividevano la nostra quotidianità, ma lui non si perse d’animo. Quasi settimanalmente si spostava, per lavoro, dalla sua citta: così, dopo un mese di interminabili conversazioni telefoniche decise di fermarsi da me.
Quella sera la sua voce avrebbe avuto anche un volto.

Era la fine di ottobre quando l’uomo premuroso e romantico stava per materializzarsi.

Uno dei posti più suggestivi della mia città, teatro di grandi opere cinematografiche, fu lo scenario del nostro primo meraviglioso incontro.

Comunicammo tutto il giorno tramite messaggi, mentre l’emozione cresceva, per entrambi.

Le ore che precedettoro quell’appuntamento non pensai ad altro che al momento in cui l’avrei visto per la prima volta.

Trafelata e con la mente confusa dall’emozione, quel pomeriggio tornai a casa per prepararmi all’incontro.

Nel frattempo il suo volo atterrò. Da quel momento non mi telefonò più. Mi inviò messaggi, descrivendo ogni azione che lo avvicinava al fatidico momento che, da tanto tempo, avevamo entrambi immaginato.

“sono appena sceso dall’aereo. Prendo un taxi…”

“sono arrivato in hotel…”

“sono uscito dall’hotel. Il tempo di prendere un taxi e sono da te…”

“sono in taxi: sto arrivando…”

Io arrivai poco prima di lui.
Trepidante scesi dal taxi. Mi guardai intorno. Lui non c’era.

Ero sola in nel piazzale, con una meravigliosa visuale della fontanta da un lato e uno splendido scorcio sulla città dall’altro.
Il cuore batteva all’impazzata, forte come il rumore dell’acqua che scrosciava sul marmo nel grande bacino della fontana alle mie spalle.
Ero imbarazzata e voltata di spalle quando il suo taxi si fermò.

Mi girai lentamente.

Che emozione.

Lo sconosciuto del web era arrivato…

 

 

Un incontro nel web può cambiarti la vita.

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Lunghe interminabili conversazioni furono lo scheletro e – come direbbe il Prof. – anche i muscoli,  di quell’intima relazione che, giorno dopo giorno, si alimentava di parole, di respiri. Di pause.

Il desiderio di sentire quella voce, di ricevere un messaggio, cresceva, ogni santo giorno, insieme alla curiosità di conoscerlo meglio.

Cercavamo, reciprocamente, di soddisfare quella smania famelica di sapere, l’uno dell’altra.

Il bisogno, viscerale, di approdare su quella carne sconosciuta si nutriva delle nostre lunghe chiacchierate telefoniche sino a sera e, poi, di incessanti messaggi sino a notte fonda. Quei dialoghi ci lasciavano, ogni volta, stanchi e irrimediabilmente insoddisfatti.

Sì, quell’incontro aveva illuminato di una luce nuova e meravigliosa le mie giornate. Mi sentivo viva, come non mai.
Ero libera di godermi l’eccitazione che il solo pensiero di lui mi provocava.

Senza condizionamenti.

Per la prima volta, con la consapevolezza di una donna, adulta, che troppo tardi sta imparando ad ascoltare le proprie emozioni, sentivo le reazioni del mio corpo, che finalmente avvertivo essere mio. C’ero, dentro e fuori me. Assistevo, protagonista, alla metamorfosi.

Non sono più una “giovane donna”, come mi definisce il Prof, eppure mai avevo sentire scalpitare la mia anima come in quei giorni.

Le ore trascorrevano senza più preoccupazioni. Smisi di contare il tempo che mi allontanavano dall’uomo che avevo amato, disperatamente, per quasi vent’anni. Mio marito.

Lo sconosciuto del web aveva riempito inaspettatamente la mia vita: era il mio pensiero appena sveglia e l’ultimo prima di andare a dormire. Mi risvegliavo euforica e affrontavo le giornate con un’energia a me del tutto estranea.

Per la prima volta stava accadendo, nella mia vita, qualcosa di meraviglioso.

Esistevo.

 

Una porta aperta.

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Fu la più bella degli ultimi dodici mesi. Quella sera. Una sera che non dimenticherò.

Ho conosciuto l’uomo migliore nel momento peggiore. Si, perché avrei dovuto incontrarlo molti anni prima.
Perché quando hai il privilegio di conoscere una persona speciale vorresti non aver perso neppure un giorno di quella vita.
Avrei dovuto centellinare quel respiro. Conservare gelosamente ogni parola, ogni pausa.

Le pause, si. Le sue pause, al telefono, che suscitavano in me un’emozione unica. Un’eccitazione, sospesa, che avrei voluto prolungare il più a lungo possibile.
Momenti in cui la vita ribolle dentro e il desiderio di viverla, appieno, cresce e si alimenta della vita stessa. E diventa fame. Più ne hai e più ne desideri.

Ho conservato tutto nell’anima. Ma lì hanno accesso soltanto i ricordi. Ed io, invece, ho bisogno del contatto. Di respirare quel respiro.

Alcuni messaggi, poco interessanti, arrivarono quella sera, prima del suo.
Non mi presi la briga di rispondere, neppure ad uno di essi.

Il suo, invece, mi sembrò subito diverso. Il suo modo di scrivere era gentile, elegante. Per nulla invadente.
Mi parlò di se in una decina di righe: sufficienti a capire che si trattava di un uomo sensibile e romantico. Un sognatore. Come me.
Immediatamente ci ritrovammo sulla stessa lunghezza d’onda. Malgrado qualche piccola bugia, che quasi subito mi rivelò.

Era sposato. Non viveva nella mia città.

Nulla di trascendentale, pensai. D’altronde sono sposata anch’io.

Anche se solo tecnicamente…
Con queste parole io descrissi il mio status, subito.
Senza preamboli: tecnicamente sono sposata anch’io.
Parole che – disse, lui in seguito – lasciarono una porta aperta. Una porta che non esitò a spalancare.

Una conversazione, via web, con uno sconosciuto che – anche se non riuscivo a comprenderne il motivo – mi stuzzicava. Non potevo smettere. Mi sentivo viva e attratta da quelle parole e da quell’uomo che non voleva uscire allo scoperto.

Solo adesso capisco il motivo di tanto entusiasmo. Certe storie valgono una vita.

-Ehi? dico a te. Se mai mi leggerai-

Poi, però, si rivelò…

C’era una volta…

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L’inizio di una storia d’amore ha sempre quel non so che di fiabesco.

E allora, c’era una volta nel web….

La disperazione post separazione.
Un intero anno di lacrime. Mille consigli dagli amici.

Uno, però, più invitante degli altri, cambiò il naturale corso del mio congenito pessimismo.

Era da un pò che un’amica mi incitava ad imbarcarmi nel mondo degli incontri via web: “iscriviti, è divertente!”

Solo l’idea mi rattristava. Mi sembrava una cosa di uno squallore indicibile. L’ultima spiaggia di una disperata donna diversamente giovane, come me.

“Ma dai!! Ti farà compagnia nei momenti di solutidine!” Mi diceva, tutti i giorni.

Una sera mi buttai. Senza salvagente. Tanto – pensavo – dietro un monitor nessuno può riconoscermi, no?

Mai avrei immaginato di iscrivermi ad un sito di incontri!
Eppure lo feci.
Adesso, lo consiglierei a chiunque. Anche lui…

Mi imbarcai, per la prima volta, in questo luogo virtuale sconosciuto, in una sera di fine settembre. Una sera triste, esattamente come le precedenti trecentosessantacique, trascorse alla ricerca di uno scoglio su cui approdare per non affogare.

Velocemente terminai tutte le procedure per l’iscrizione. Per ultima rimase la scelta della foto. Nessuno mi avrebbe contattata senza.

Sul computer – che acquistai nell’autunno dell’anno precedente, in un momento di disperazione, spendendo, in un sol colpo, quasi mellequattrocento euro – ne possedevo pochissime. Avevo conservato, trasportandole dall’I-phone, soltanto alcune foto dell’estate di due anni prima: l’ultima vacanza trascorsa con il mio ex marito. Ex, di fatto, solo logisticamente.

Quasi mai parlavamo di una separazione legale. In verità, neppure adesso. Spaventa entrambi. In ogni caso, posso vantare, al mio attivo, due traslochi in sei mesi tra lacrime, notti insonni e varie bottiglie di vino, scolate sino all’ultima goccia.
Quei quattro vestiti hanno fatto più strada infilati in una scatola, da un appartamento all’altro, che su di me. Molti dei miei abiti, e diverse paia di scarpe, sono rimasti nella casa dove lui, adesso, vive da solo.
Ricomprai quasi tutto. Persino piatti e bicchieri. Figuriamoci, quindi, se potevo pensare di portarmi dietro delle foto: il ricordo del più grande fallimento della mia vita (anche se la mia psicoterapeuta dice che non devo verderla come un fallimento, mah…).
Le avrei cancellate senza esitazione.

Torniamo, però, a quella fantastica, eccitante, entusiasiasmante sera di fine settembre e alla scelta dell’immagine del profilo.

Volevo, ovviamente, apparire carina, ma anche sobria. Sicuramente non riconoscibile.
Temevo di essere derisa.
Una foto, più delle altre poche tra cui scegliere, mi sembrò quella giusta: capelli legati – con una codina di cavallo che spuntava da dietro – sorriso smagliante, occhialoni scuri – mi facevano sentire protetta e al sicuro – e un costumino color pesca che inaspettatamente fece da esca.

Ecco, ero pronta.

Pochi minuti dopo, lui arrivò.